Giuseppe Verdi, 125 anni dopo: un’eredità che ci riguarda ancora



 Il 27 gennaio 1901 Milano si fermò. Non per decreto, non per cerimonia ufficiale, ma spontaneamente Un dolore profondo agitava i cuori. Giuseppe Verdi era morto all’alba, all’Hotel Grand, dove si era ritirato dopo una vita intera passata tra teatri, campagne, viaggi e battaglie interiori. Milano, che lo aveva adottato come simbolo, lo accompagnò in un silenzio quasi irreale: tram fermi, botteghe chiuse, folla immensa.  Raccontano le cronache dell'epoca che, per attutire il rumore degli zoccoli dei cavalli e delle ruote della carrozza, avessero deposto paglia per le strade così che il Maestro potesse avere pace nelle sue ultime ore.  E poi,  da brividi al solo immaginare la scena, senza che nessuno lo avesse organizzato, un coro di migliaia di persone intonò il “Va’, pensiero”. Non sul palcoscenico, ma per strada. Non cantato da professionisti, ma dal popolo.
È da qui che possiamo partire, da questo finale che sembra esso stesso un’opera lirica: l’uomo che aveva dato voce ai sentimenti collettivi di un’intera nazione, salutato con la sua stessa musica. Verdi non era solo un compositore: era diventato una coscienza condivisa.


Le radici: un ragazzo di campagna e un pianoforte

Ripercorriamome insieme, sia pure non con tutta l'approfondimento che meritano sempre le grandi storie, alcune delle tappe più significative. 
 Giuseppe Verdi nasce nel 1813 a Roncole di Busseto, un piccolo borgo nella Bassa parmense. Figlio di un oste e di una filatrice, cresce in un ambiente semplice, rurale, lontano dai salotti colti in cui normalmente si formavano i musicisti dell’epoca. Anche se sull'estrazione familiare il profilo sociale ed economico è molto più articolato.  Sin da bambino, la musica si insinua nella sua vita come una necessità vitale anche grazie alla sensibilità e alla lungimiranza dei suoi genitori che hanno voluto per lui una formazione culturale composita avendo compreso il talento e le attitudini. 
Non sarà ammesso al Conservatorio di Milano – ironia della storia – perché ritenuto troppo grande d’età e con una tecnica pianistica non adeguata. Ma Verdi non si ferma: studia privatamente, osserva, ascolta, assorbe. Non è un talento “da accademia”, è un talento che nasce dalla vita reale, dal lavoro ostinato, dalla volontà di riscatto.

La tragedia personale: quando tutto sembra finire

Vita complessa quella di Giuseppe Verdi sia sotto il profilo umano che artistico. 
Il primo successo arriva con Oberto, ma subito dopo la vita colpisce con una violenza che sembra insopportabile. Nel giro di pochi anni Verdi perde i due figli ancora piccoli e poi la moglie, Margherita. Ha poco più di vent’anni e si ritrova solo, devastato, senza più alcuna voglia di comporre.
È lui stesso a raccontare che, dopo quelle morti, pensò seriamente di abbandonare la musica per sempre. E qui avviene qualcosa di decisivo: la sofferenza non lo distrugge, ma diventa materia creativa. Non viene cancellata, viene trasformata. È da questo dolore che nasce il Verdi più profondo, quello capace di dare voce alla tragedia umana con una sincerità che non è mai retorica.

L’opera come politica: Verdi e il Risorgimento

Giuseppe non si ferma e l'arte lo sostiene e diventa la sua voce. Non solo quella dell'uomo, ma anche quella dell'uomo di cultura che vive un periodo storico e politico difficile, agitato dall'insofferenza e in pieno fermento di ribellione. E non nasconde tutto il malessere. 
Nel pieno dell’Ottocento italiano, dominato da stati frammentati e potenze straniere, l’opera lirica già non è solo intrattenimento: è uno spazio di libertà simbolica. E Verdi ne diventa il protagonista assoluto. “Va’, pensiero” dal Nabucco non parla direttamente d’Italia, ma tutti capiscono che quei prigionieri ebrei sono anche gli italiani oppressi. Le sue opere diventano luoghi in cui il pubblico riconosce se stesso, i propri desideri, le proprie frustrazioni. Persino il suo nome diventa slogan politico: “Viva VERDI” come acronimo di Vittorio Emanuele Re D’Italia. Verdi non è un ideologo, non è un teorico. È un uomo pratico, spesso diffidente verso la retorica, ma profondamente coinvolto nella vita civile. Diventerà anche deputato e senatore, pur mantenendo sempre un rapporto ambivalente con la politica ufficiale. La sua vera militanza resta la musica.

Le fasi artistiche: da Rossini alla modernità

Leggendo e rileggendo le biografie che lo riguardano, studiando i suoi lavori,  vediamo quanto il suo percorso nel complesso sia  in continua trasformazione All’inizio c’è il Verdi “impetuoso”, figlio della tradizione belcantistica: opere come Nabucco, I Lombardi, Ernani portano ancora l’impronta di Rossini e Donizetti, con strutture classiche, grandi arie, cori monumentali. Poi arriva la maturità: Rigoletto, Il trovatore, La traviata. Qui qualcosa cambia radicalmente. I personaggi diventano psicologicamente complessi, contraddittori, fragili. Non sono più eroi o archetipi, ma esseri umani pieni di crepe. 
Infine il Verdi anziano sorprende tutti: Otello e Falstaff sono opere modernissime, quasi novecentesche, in cui la musica segue il flusso emotivo, rinuncia alle forme rigide, si fa teatro puro. A settant’anni passati, Verdi non ripete se stesso: si reinventa.

L’uomo dietro il mito

Quanta materia umana che i ritratti che lo raffigurano non riescono a rendere giustizia alla personalità prismatica del grande compositore. Dietro il genio c’è certamente un uomo schivo, concreto, spesso burbero. Amava la campagna, odiava la mondanità, diffidava degli intellettuali troppo teorici. Eppure fu anche generoso, attento al sociale: costruì la Casa di Riposo per Musicisti a Milano, destinandole gran parte del suo patrimonio. La chiamava “la mia opera più bella”. La sua lunga relazione con Giuseppina Strepponi, prima scandalosa e poi riconosciuta, racconta un Verdi capace di sfidare le convenzioni pur di vivere secondo la propria verità. Non fu mai un santo, non fu mai un personaggio avulso dal reale, ma sempre autentico.

Un’eredità che ci riguarda ancora

A 125 anni dalla sua morte, Verdi non è polvere. Ci parla,  fino allo scuotimento, attraverso i suoi personaggi che si fanno carne di dolore e di riscatto, di libertà e di dignità, di fragilità umana e di speranza collettiva. Per lui l’arte non nasceva nei laboratori asettici, ma dentro la vita vera, con le sue ferite e le sue contraddizioni. E le sue opere continuano a spronarci a cercarla quell'arte ogni volta che, ancora oggi,  una delle sue creature torna a prendere forma e sostanza sui palcoscenici di tutto il mondo 


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