È da qui che possiamo partire, da questo finale che sembra esso stesso un’opera lirica: l’uomo che aveva dato voce ai sentimenti collettivi di un’intera nazione, salutato con la sua stessa musica. Verdi non era solo un compositore: era diventato una coscienza condivisa.
Le radici: un ragazzo di campagna e un pianoforte
Giuseppe Verdi nasce nel 1813 a Roncole di Busseto, un piccolo borgo nella Bassa parmense. Figlio di un oste e di una filatrice, cresce in un ambiente semplice, rurale, lontano dai salotti colti in cui normalmente si formavano i musicisti dell’epoca. Anche se sull'estrazione familiare il profilo sociale ed economico è molto più articolato. Sin da bambino, la musica si insinua nella sua vita come una necessità vitale anche grazie alla sensibilità e alla lungimiranza dei suoi genitori che hanno voluto per lui una formazione culturale composita avendo compreso il talento e le attitudini.
La tragedia personale: quando tutto sembra finire
È lui stesso a raccontare che, dopo quelle morti, pensò seriamente di abbandonare la musica per sempre. E qui avviene qualcosa di decisivo: la sofferenza non lo distrugge, ma diventa materia creativa. Non viene cancellata, viene trasformata. È da questo dolore che nasce il Verdi più profondo, quello capace di dare voce alla tragedia umana con una sincerità che non è mai retorica.
L’opera come politica: Verdi e il Risorgimento
Nel pieno dell’Ottocento italiano, dominato da stati frammentati e potenze straniere, l’opera lirica già non è solo intrattenimento: è uno spazio di libertà simbolica. E Verdi ne diventa il protagonista assoluto. “Va’, pensiero” dal Nabucco non parla direttamente d’Italia, ma tutti capiscono che quei prigionieri ebrei sono anche gli italiani oppressi. Le sue opere diventano luoghi in cui il pubblico riconosce se stesso, i propri desideri, le proprie frustrazioni. Persino il suo nome diventa slogan politico: “Viva VERDI” come acronimo di Vittorio Emanuele Re D’Italia. Verdi non è un ideologo, non è un teorico. È un uomo pratico, spesso diffidente verso la retorica, ma profondamente coinvolto nella vita civile. Diventerà anche deputato e senatore, pur mantenendo sempre un rapporto ambivalente con la politica ufficiale. La sua vera militanza resta la musica.
Le fasi artistiche: da Rossini alla modernità
Infine il Verdi anziano sorprende tutti: Otello e Falstaff sono opere modernissime, quasi novecentesche, in cui la musica segue il flusso emotivo, rinuncia alle forme rigide, si fa teatro puro. A settant’anni passati, Verdi non ripete se stesso: si reinventa.
L’uomo dietro il mito
Quanta materia umana che i ritratti che lo raffigurano non riescono a rendere giustizia alla personalità prismatica del grande compositore. Dietro il genio c’è certamente un uomo schivo, concreto, spesso burbero. Amava la campagna, odiava la mondanità, diffidava degli intellettuali troppo teorici. Eppure fu anche generoso, attento al sociale: costruì la Casa di Riposo per Musicisti a Milano, destinandole gran parte del suo patrimonio. La chiamava “la mia opera più bella”. La sua lunga relazione con Giuseppina Strepponi, prima scandalosa e poi riconosciuta, racconta un Verdi capace di sfidare le convenzioni pur di vivere secondo la propria verità. Non fu mai un santo, non fu mai un personaggio avulso dal reale, ma sempre autentico.
Un’eredità che ci riguarda ancora
A 125 anni dalla sua morte, Verdi non è polvere. Ci parla, fino allo scuotimento, attraverso i suoi personaggi che si fanno carne di dolore e di riscatto, di libertà e di dignità, di fragilità umana e di speranza collettiva. Per lui l’arte non nasceva nei laboratori asettici, ma dentro la vita vera, con le sue ferite e le sue contraddizioni. E le sue opere continuano a spronarci a cercarla quell'arte ogni volta che, ancora oggi, una delle sue creature torna a prendere forma e sostanza sui palcoscenici di tutto il mondo
.png)
Commenti
Posta un commento