Alphonse Bernoud, il francese innamorato di Napoli, che fotografò la tragesia del terremoto della Basilicata del 1857
Quando arriva a Montemurro l’aria sa ancora di polvere e di morte. È dicembre, il freddo punge, e la Val d’Agri è diventata un paesaggio spezzato: case accartocciate su se stesse, muri come ferite aperte, silenzi interrotti da lamenti lontani. Alphonse Bernoud scende dal carro con la sua attrezzatura fotografica, pesante e ingombrante, e capisce subito che nulla, da quel momento in poi, sarà come prima. Non solo per la Basilicata. Anche per la storia della fotografia.
È il 16 dicembre 1857: un terremoto devastante ha colpito il Sud Italia, lasciando decine di migliaia di morti e interi paesi cancellati. Montemurro è uno dei luoghi più colpiti. Bernoud non è lì per caso. Dopo qualche giorno entra a far parte della spedizione scientifica organizzata dalla Royal Society of London, un’impresa senza precedenti, guidata dall’ingegnere e sismologo irlandese Robert Mallet, con un obiettivo ambizioso e moderno: studiare gli effetti del terremoto per comprendere, finalmente, come funziona la terra quando trema.
Così Alphonse offre un resoconto, sommario eppure addolorato, in una lettera ad un suo caro amico che gli chiedeva notizie sulla devastazione.
È il 16 dicembre 1857: un terremoto devastante ha colpito il Sud Italia, lasciando decine di migliaia di morti e interi paesi cancellati. Montemurro è uno dei luoghi più colpiti. Bernoud non è lì per caso. Dopo qualche giorno entra a far parte della spedizione scientifica organizzata dalla Royal Society of London, un’impresa senza precedenti, guidata dall’ingegnere e sismologo irlandese Robert Mallet, con un obiettivo ambizioso e moderno: studiare gli effetti del terremoto per comprendere, finalmente, come funziona la terra quando trema.
Così Alphonse offre un resoconto, sommario eppure addolorato, in una lettera ad un suo caro amico che gli chiedeva notizie sulla devastazione.
Un francese innamorato di Napoli
Ma Bernoud non è uno scienziato. È un fotografo e ha il suo modo di osservare il mondo. E' nato in Francia, ma è a Napoli che trova la sua vera casa. La città lo accoglie con la sua luce abbagliante, il caos vitale, l’energia di una capitale culturale del Mediterraneo. Qui Bernoud apre uno studio fotografico, in Via Toledo n. 256 e precisamente nello storico Palazzo Berio, e diventa rapidamente uno dei nomi più importanti del panorama visivo dell’epoca. Non è solo un artigiano dell’immagine: è un innovatore.
![]() |
| Ferdinando II delle Due Sicilie |
È considerato il primo fotografo professionista attivo a Napoli, e non a caso. Usa tecniche nuove, sperimenta, osa. Il suo sguardo è moderno, quasi anticipatore: non si limita a ritrarre volti o architetture, ma cerca la vita, il movimento, la verità. Il suo talento viene riconosciuto ai massimi livelli. Diventa fotografo ufficiale dei Borbone e, dopo l’Unità d’Italia, anche dei Savoia. Attraversa così uno dei passaggi storici più complessi del Paese, testimone silenzioso ma attentissimo di un mondo che cambia.
Eppure, nulla lo prepara a ciò che vedrà in Basilicata.
Davanti alle macerie, nasce la fotografia del disastro
A Montemurro, in Basilicata, Bernoud non fotografa per assecondare il potere. Fotografa per documentare. Per fissare una verità che altrimenti svanirebbe. È il primo fotografo professionista a ritrarre un territorio sconvolto da un terremoto, e lo fa con una consapevolezza nuova: l’immagine può diventare strumento di conoscenza.
Le sue fotografie mostrano edifici crollati, chiese sventrate, strade che non portano più da nessuna parte. Ma soprattutto raccontano l’assenza: di chi non c’è più, di ciò che è stato e non sarà. Ogni scatto è una sfida tecnica — tempi lunghi, attrezzature delicate, condizioni estreme — ma anche una sfida emotiva. Bernoud guarda in faccia la distruzione e non distoglie lo sguardo. In quelle immagini non c’è spettacolarizzazione del dolore. C’è rispetto, silenzio. Forse soltanto la volontà di capire.
Le sue fotografie mostrano edifici crollati, chiese sventrate, strade che non portano più da nessuna parte. Ma soprattutto raccontano l’assenza: di chi non c’è più, di ciò che è stato e non sarà. Ogni scatto è una sfida tecnica — tempi lunghi, attrezzature delicate, condizioni estreme — ma anche una sfida emotiva. Bernoud guarda in faccia la distruzione e non distoglie lo sguardo. In quelle immagini non c’è spettacolarizzazione del dolore. C’è rispetto, silenzio. Forse soltanto la volontà di capire.
Arte, scienza e umanità
Il lavoro di Bernoud diventa parte integrante della missione scientifica di Robert Mallet. Le sue fotografie non sono solo documenti visivi: sono dati, prove, strumenti di analisi. Serviranno a studiare le faglie, la direzione delle onde sismiche, l’impatto sugli edifici. È uno dei primi esempi in assoluto di utilizzo della fotografia nella ricerca scientifica sul campo, in particolare in ambito sismologico.
Ma ridurre Bernoud a un semplice “operatore” sarebbe un errore. In Basilicata porta tutto se stesso: la sensibilità dell’artista, la precisione del professionista, l’empatia dell’uomo. Dietro l’obiettivo non c’è distacco, c’è partecipazione. Le rovine che fotografa non sono astratte: sono case, sono vite, sono storie interrotte.
Ma ridurre Bernoud a un semplice “operatore” sarebbe un errore. In Basilicata porta tutto se stesso: la sensibilità dell’artista, la precisione del professionista, l’empatia dell’uomo. Dietro l’obiettivo non c’è distacco, c’è partecipazione. Le rovine che fotografa non sono astratte: sono case, sono vite, sono storie interrotte.
Un’eredità da riscoprire
Alphonse Bernoud apre l'orizzonte della fotografia moderna proprio lì, tra le macerie di Montemurro. Con immagini che ancora oggi parlano, perché non mostrano solo ciò che è accaduto, ma come l’uomo ha iniziato a guardare la catastrofe: non più come fatalità divina, ma come fenomeno da studiare, da comprendere. Francese di nascita, napoletano d’adozione, europeo nello sguardo, Bernoud è una figura chiave della cultura visiva dell’Ottocento tra arte e scienza, tra potere e verità, tra bellezza e tragedia.




Commenti
Posta un commento