Dalle villanelle alla canzone moderna: il lungo viaggio della “forma canzone” a Napoli nel progetto di studio e valorzzazione della Fondazione Barocco Napoletano




di Milena Borsacchi) ----A Napoli la musica non è mai stata solo intrattenimento; è parte della sua natura. E linguaggio civile, collettivo, identitario  Non sorprende quindi che l’evoluzione che conduce dalle villanelle del Cinquecento alla strutturata forma-canzone moderna prenda il via proprio dalla città di Partenope e sia un percorso affascinante intrecciato tra musica colta e tradizione popolare, salotti aristocratici e vicoli affollati, editoria musicale e canto di strada.  
È una storia lunga oltre tre secoli, fatta di continuità sorprendenti. Un filo  quasi invisibile ma solidissimo  che collega le villanelle polifoniche del XVI secolo alla canzone napoletana ottocentesca, fino a quella forma che oggi riconosciamo come canzone moderna. Questo universo complesso è al centro del nuovo progetto e programma di studi e valorizzazione promosso dalla FBNFondazione Barocco Napoletano, presentato oggi presso la sede del Sindacato Unitario Giornalisti della Campania nel corso di una conferenza alla quale sono intervenuti il presidente Massimiliano Cerrito, il direttore artistico e musicale Keith Goodman e il giornalista Claudio Silvestri.

In particolare, il  Festival Barocco ha avviato una serie di studi sulla forma canzone a Napoli, individuando il punto di partenza nelle villanelle: brani leggeri, spesso polifonici, nati come alternativa popolareggiante al madrigale colto. Ma dietro la loro apparente semplicità si nascondeva una struttura già fortemente riconoscibile. Tra XVI e XVIII secolo Napoli offre uno dei contributi più importanti alla storia della musica europea: la progressiva definizione di una forma strofica con ritornello, da poter cantare immediatamente, che si compone in un equilibrio tra testo poetico e melodia che diventerà modello. Secondo gli organizzatori, esiste un ''file rouge'' che attraversa i secoli mantenendo intatti alcuni tratti fondamentali: centralità della melodia, forza narrativa del testo, capacità di diffusione capillare.

Nel programma della Fondazione è centrale il ruolo della famiglia Cottrau, in particolare di Guglielmo Cottrau, figura decisiva per la trasformazione della canzone napoletana da patrimonio orale a fenomeno editoriale e internazionale nel XIX secolo. I Cottrau non furono semplici editori, oggi potrebbero essere definiti  mediatori cultural. Dal loro negozio in Piazza Trieste e Trento, a pochi passi dal cuore pulsante della città, diffusero raccolte, arrangiamenti e pubblicazioni che portarono la canzone napoletana oltre i confini locali, rendendola prodotto esportabile. Nel corso dell'incontro Massimiliano Cerrito ha sottolineato come la loro attività possa essere considerata una delle prime forme di industria musicale italiana, in un contesto economico tutt’altro che industrializzato. 

Ciò che emerge in maniera netta è che Napoli sia da sempre città della musica. Come ha messo in evidenza l’intervento di Claudio Silvestri: ''Con la Canzone Napoletana nasce a tutti gli effetti la canzone moderna, quella che conosciamo oggi. Non solo per la struttura,  che è esattamente quella che ascoltiamo quotidianamente,  ma anche per il sistema di diffusione.''  Silvestri ha ricordato come il fenomeno sia paradossale: un’industria culturale che nasce in un territorio economicamente depresso. 

Eppure Napoli riesce a creare un modello di produzione e distribuzione sorprendentemente moderno. La canzone napoletana non nasce dal  popolo neì per il popolo: ha il suo terreno di colura nei salotti, scritta da musicisti affermati e poeti. E tuttavia arriva al popolo grazie a strumenti di diffusione, potremmo dire,  innovativi. Il primo è la Festa di Piedigrotta: un vero e proprio sistema di lancio delle novità musicali, con dinamiche che ricordano da vicino il Festival di Sanremo. Le canzoni venivano presentate, ascoltate, messe alla prova  dal pubblico. Il secondo strumento sono i posteggiatori, musicisti di strada che diffondevano i brani nei quartieri, nelle trattorie, nei cortili. Una rete capillare ante litteram, non molto lontana dai nostri influencer.  Per rendersi conto di quanto la canzone napoletana fosse pervariva, non è un caso che nel romanzo di Marcel Proust compaia un riferimento a 'O sole mio: segno di una diffusione ormai internazionale.



Dalle villanelle rinascimentali alla canzone classica napoletana, fino alla musica contemporanea, la “forma canzone” a Napoli è materia  viva, capace di  soprendere e suscitare - sempre e ancora - maggiore interesse. .E'  l'obiettivo del progetto ed il programma di FBN con il quale  Massimiliano Cerrito si presenta al pubblico al primo appuntamento previsto per il 16 marzo all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, a Palazzo Serra di Cassano, con un convegno dedicato alla forma canzone e all’attività dei Cottrau. Seguirà il concerto di Emanuela De Rosa con l’Ensemble Antigone, dedicato alle prime pubblicazioni  dai Cottrau, per restituire e  far riscopire ù al pubblico i brani più significativi di quella produzione.

Keith Goodman ha sottolineato come l’impostazione artistica del progetto metta in risalto la bellezza intrinseca della canzone, evidenziandone le radici profonde nel tempo e nella memoria culturale. Il lavoro si fonda su un’accurata ricostruzione delle diverse declinazioni interpretative, ripercorrendo testi e musiche e mostrando come, in chiave ottocentesca, questi brani siano stati rielaborati tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. In questo processo di trasformazione emergono figure centrali come Francesco Paolo Tosti, Salvatore Gambardella ed Ernesto De Curtis: autori che hanno condotto la tradizione verso il suo apice espressivo tra fine Ottocento e primo Novecento. Ne deriva un’impostazione che guardi con consapevolezza alla tradizione, ma che al tempo stesso dimostri quanto l’arte musicale napoletana abbia saputo anticipare i tempi, inventando un modello unico, riconoscibile e senza tempo.



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