Potenza e raccoglimento: il Requiem di Giuseppe Verdi al Teatro di San Carlo in memoria di Roberto De Simone
di Milena Borsacchi)----L'ansia silenziosa e trepidante che precede il Requiem di Verdi è ormai perte integrante di quella che è considerata la più importante composizione non operistica italiana del XIX secolo e una delle più significative dell'intero repertorio sinfonico-corale sacro. Non è semplice attesa: è una sospensione carica di emozioni, di memoria. E ieri quell'aspettativa, al Teatro di San Carlo, quella momentanea deroga al fluire del tempo, aveva un doppio volto. Da un lato, la monumentale costruzione sonora della Messa da Requiem; dall’altro, la presenza spirituale del grande maestro Roberto De Simone, alla memoria del quale le due serate sono state dedicate a quasi un anno dalla sua scomparsa.
Sul podio, Nicola Luisotti ha guidato Orchestra e Coro del Lirico di Napoli, il Coro preparato da Fabrizio Cassi, in una lettura intensa, compatta, ma al tempo stesso analitica: un Requiem che non si è limitato all’enfasi drammatica, ma ha cercato la coerenza interna della partitura, il suo respiro così strutturato.
La nascita del Requiem è infatti legata a un evento preciso: la morte di Alessandro Manzoni, il 22 maggio 1873. Verdi, profondamente colpito, scrive al sindaco di Milano annunciando l’intenzione di comporre una Messa funebre per l’anniversario. Non un incarico, ma come afferma il compositore stesso, si tratta di ''un bisogno del cuore''.
Eppure la genesi è più complessa. Già nel 1868, alla morte di Gioachino Rossini, Verdi aveva promosso una Messa collettiva. Per quell’occasione aveva scritto il Libera me, pagina che rimase inutilizzata e che diventerà il nucleo germinale del futuro Requiem. Nella partitura del 1874, eseguita per la prima volta nella chiesa di San Marco a Milano, quel materiale viene rielaborato, ampliato, inserito in una costruzione, definita da molti di impressionante coerenza drammaturgica.
In realtà, a rendere il Requiem un’opera così unica è anche il rapporto personale, complesso, che Giuseppe Verdi ebbe con la fede. Verdi non fu un uomo di religiosità ostentata, né incline al misticismo tradizionale. La sua spiritualità era intima, spesso inquieta, attraversata più dal dubbio che dalla certezza. E proprio questa tensione interiore sembra attraversare tutta la composizione che non è musica consolatoria, ma confronto diretto con il mistero della morte e con l’angoscia del giudizio. È come se Verdi trasformasse il testo liturgico in un grande dramma dell’anima, dove la fede non è affermazione dogmatica ma domanda accorata. In questo senso, la Messa per Manzoni, uomo che egli venerava come modello morale, diventa anche una riflessione personale sulla giustizia, sulla memoria e sulla speranza. Il Requiem appare così come un atto profondamente umano. E' come la musica di un uomo che, davanti al silenzio dell’eterno, sceglie di rispondere e di andare oltre la paura con la forza e la sincerità del suono.
Per far comprendere quanto sia complessa, ricordiamo che la Messa da Requiem è articolata in sette grandi sezioni: Requiem e Kyrie, Dies irae (con le sue molteplici sottosezioni), Offertorio, Sanctus, Agnus Dei, Lux aeterna, Libera me.
Al centro della costruzione verdiana è il Dies irae, che ritorna ciclicamente come un’idea ossessiva: quattro colpi orchestrali, una deflagrazione sonora che sembra squarciare il tempo liturgico per introdurre il tempo teatrale. Verdi costruisce qui una rappresentazione del Giudizio Universale fatta di contrasti estremi: dal fragore apocalittico del Tuba mirum alla sospensione del Recordare, fino all’implorazione del Lacrimosa.
In tal senso, Luisotti ha evidenziato proprio questa natura della scrittura, ma senza indulgere nel melodramma. Il gesto era ampio, ma controllato; il fraseggio scolpito, mai eccessivo nè ridondante. Il Requiem aeternam iniziale è emerso da un pianissimo corale compatto, scuro, quasi senza vibrato, costruendo una tensione che ha trovato nel primo Dies irae un’esplosione tanto potente quanto misurata. Il Sanctus, doppio fugato per coro diviso, è stato un banco di prova tecnico superato con brillantezza: l’intreccio della pluralità di motivi è risultato leggibile, luminoso, sostenuto da un’orchestra fluida e precisa nelle diverse sezioni.
Il mezzosoprano Caterina Piva ha dato poi un’impronta di autorevolezza serena. La sua voce, calda e compatta nel registro centrale, ha saputo restituire gravità senza appesantire la linea. Nel Recordare, il dialogo con Yende si è trasformato in un momento di autentica intimità musicale: due colori diversi, ma capaci di intrecciarsi con naturalezza, senza mai prevalere l’uno sull’altro.
L'interpretazione del tenore Pene Pati è stata invece una prova di espressivià interiorizzata. Fin dalle prime frasi si è percepita una partecipazione sincera, quasi confidenziale. Il suo non è stato non un canto esibito, ma una supplica che ha preso forma con naturalezza.
Il basso John Relyea ha impresso una profondità solenne. I gravi ben proiettati e il fraseggio fermo hanno dato consistenza alla dimensione più drammatica della partitura. La sua presenza scenica, composta ma incisiva, ha contribuito a dare equilibrio all’insieme.
Ciò che però ha davvero convinto è stata la qualità dell’ascolto reciproco: nessuna ricerca di protagonismo, nessuna competizione sonora. Le quattro voci si sono inserite nella grande trama orchestrale e corale come parti di un unico disegno, contribuendo a quella sensazione di coesione che è essenziale in un’opera di tali proporzioni.
E poi il Coro del San Carlo, preparato da Fabrizio Cassi: autentico protagonista della serata. Dal sussurro quasi impercettibile dell’inizio alla violenza travolgente del Dies irae, fino alla luce sospesa del Lux aeterna, la compagine ha mostrato compattezza, intensità e una notevole capacità di modulare il suono. Non solo potenza, dunque, ma anche delicatezza e controllo. È proprio in questa alternanza, tra fragore e trasparenza, che il Requiem trova la sua forza più vera, e il coro ha saputo restituirla con grande maturità espressiva.
L’Orchestra ha risposto con una duttilità insieme alla bacchetta di Nicola Luisotti. Gli archi hanno costruito un lavoro sonoro denso e vellutato nei momenti più raccolti, per poi trasformarsi fluidamente quando la scrittura lo richiedeva. Nei pianissimi iniziali, nei grandi scarti del Dies irae la massa orchestrale ha sprigionato energia senza perdere nitidezza. I legni hanno perciò avuto un ruolo fondamentale nei passaggi più intimi. Hanno dialogato con le voci con fraseggi morbidi, quasi cameristici, offrendo colore e profondità senza mai appesantire la linea. Gli ottoni, chiamati a evocare il fragore del Giudizio, sono stati potenti ma sempre controllati, con un suono pieno, mai sguaiato. Anche nei momenti di maggiore ebfasi, tutte le sezioni si sono dimostrate compatte evitando ogni effetto caotico.
Luisotti ha lavorato sulle dinamiche estreme, tra pianissimi rarefatti e fortissimi controllati, costruendo un arco narrativo coerente, compattoi. L'effetto quindi è stato non di una successione di episodi spettacolari, ma un racconto sonoro continuo, saldo, capace di comprendere e far comprendere la monumentalità del Requiem mantenendo tensione e coerenza dall’inizio all’ultima invocazione.
Il Requiem, che tornerà anche stasera alle 19, ha un legame speciale con la storia del San Carlo dal XIX secolo a oggi: da Gialdini a Tullio Serafin, da Gabriele Santini a Riccardo Muti, fino allo stesso Luisotti nel bicentenario verdiano. Ogni epoca ha letto quest’opera come specchio del proprio tempo.
Queste serate del 2026 si inseriscono in questa linea storica con una cifra precisa: meno enfasi retorica, più scavo nella partitura; meno monumentalismo fine a sé stesso, più tensione interiore
Come all'inizio, anche alla fine, assecondando quella circolarità verdiana attorno al dubbio irrisolto della fede, dopo l’ultimo ''Libera me”, il silenzio è tornato, un silenzio diverso perchè pieno dall'esperienza vissuta della musica, dei suoi segni ed impressioni e di quella domanda sospesa che Verdi affida all’ultima pagina.
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