Quando Wagner trovò Klingsor: l’incanto di Ravello che cambiò la musica



''Il magico giardino di Klingsor è trovato''. Così, si racconta, esclamò Richard Wagner quando si trovò davanti alla magnificenza di Villa Rufolo, a Ravello.  Come un fermo immagine, lo vediamo con gli occhi della mente il compositore tedesco, che, rapito, riconosce d’un tratto la forma visibile di un mondo fino ad allora abitato solo  dalla sua immaginazione.

Siamo nel 1880. Wagner e sua moglie Cosima arrivano a Napoli in primavera, in coincidenza con il compleanno del maestro, il 22 maggio. Con loro c’è una piccola comitiva di amici tedeschi. La città è un’esplosione di luce, il mare invita a seguirne le rotte. Ma la Campania non è soltanto una parentesi di piacere: Wagner è qui per chiudere un cerchio creativo. Vuole finalmente completare Parsifal, opera-mondo che lo accompagna da anni tra dubbi e ripensamenti.

Alle spalle c’è anche una ferita personale: a Sorrento, qualche tempo prima, Friedrich Nietzsche aveva stroncato il libretto, sancendo la rottura con l’amico di un tempo. Wagner porta con sé quel dissidio, e forse anche il bisogno di un segno che lo riconcili con la propria visione.

Lasciata Napoli, il gruppo si muove lungo la Costiera. Amalfi li accoglie, ma la meta sognata è Ravello, decantata come luogo magico, sospeso tra cielo e mare. E in effetti, per chi non la conoscesse, Ravello domina Minori e Maiori da un pianoro a 350 metri sul livello del mare, incastonato tra la valle del Dragone e quella del Rheginna Minor. Il suo microclima, celebrato fin dall’Ottocento per salubrità e benessere, l’aveva già resa rifugio prediletto di aristocratici e viaggiatori colti del Grand Tour.

È il 25 maggio quando decidono di salire da Amalfi a dorso di mulo. Noi immaginiamo quella lenta ascesa come un rito di passaggio: il corpo che fatica, lo sguardo che si apre, l’attesa che cresce. In piazza, a Ravello, visitano il Duomo e poi raggiungono Villa Rufolo. Qui Wagner resta senza fiato. Le architetture arabo-normanne, le terrazze fiorite, i colori saturi e i profumi mediterranei compongono un teatro naturale di rara potenza.

Con Wagner c’è anche il pittore Paul von Joukowsky, che iniziň a fissare su carta ciò che vede. Wagner, invece, si muove: si racconta che corra nel giardino come un bambino. È in quel momento che riconosce l’ambientazione dei giardini di Klingsor. Il riferimento è al mago antagonista del Parsifal, ispirato al Clinschor del Parzival di Wolfram von Eschenbach. Davanti a sé, Wagner non vede più soltanto piante e archi: vede materializzarsi la sua mitologia.

La giornata non finisce lì. Wagner vuole restare a dormire a Ravello. Non esistono ancora alberghi, così il gruppo trova una piccola locanda. Durante la cena, tra un bicchiere e l’altro, il compositore fantastica: immagina un grande hotel, elegante, ispirato proprio alle forme arabo-normanne di Villa Rufolo. Mette tutto per iscritto. Quegli appunti, conservati dai locandieri, diventeranno negli anni un progetto reale, trasformando l’intuizione artistica in impresa visionaria.

La visita a Ravello si rivela decisiva anche sul piano creativo: il secondo atto del Parsifal trova qui la sua definitiva ambientazione scenica. E, come spesso accade, l’arte lascia tracce che vanno oltre l’opera stessa. Il passaggio di Wagner segna il destino di Ravello, che oggi si presenta al mondo come “Città della Musica”, sede del prestigioso Ravello Festival, ospitato proprio nei giardini di Villa Rufolo.

Noi crediamo che questa storia dica qualcosa di più generale: i luoghi non sono mai solo sfondi. A volte diventano rivelazioni. Ravello, per Wagner, fu una epifania.  Su quelle terrazze,  il giardino di Klingsor è ancora lì pronto a restituirci la magia che affascinò  il maestro. 

Commenti