Untitled (I love you) è la prima retrospettiva in un museo italiano dell’artista americano Uri Aran (Gerusalemme, 1977) presentata da La Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – museo Madre, Napoli.
Il titolo dell’esposizione, a cura della direttrice Eva Fabbris, , è tratto da uno dei primi e più celebri video di Aran e accompagna un percorso concepito come una retrospettiva, che, estendendosi su circa 800 metri quadrati, riunisce oltre 170 opere, sviluppandosi attraverso importanti prestiti internazionali, la riproposizione di installazioni storiche e una serie di lavori di nuova concezione realizzati appositamente per il Madre. La mostra, che racconta con completezza l’evoluzione della sua pratica dai primi anni Duemila a oggi, sarà accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo.
“Il Madre -ha dichiarato la Presidente Angela Tecce – con questa mostra conferma la sua funzione critica fondamentale mettendo a disposizione del pubblico un lavoro che richiede attenzione, ascolto e partecipazione, offrendo al contempo un affondo e una documentazione sull’arte internazionale più influente e ricca di risonanze nel mondo contemporaneo”.
“Il formato dell’ampia retrospettiva consente di restituire la complessità e la coerenza di una ricerca che resiste a letture immediate o spettacolari. Per un museo come il Madre, situato in un territorio attraversato da stratificazioni culturali e narrazioni plurime, l’opera di Uri Aran — nel suo intreccio di intimità, ritualità quotidiana e dimensione collettiva — diventa uno strumento potente per ripensare il rapporto tra esperienza personale e costruzione di ciò che è condiviso”, ha sottolineato la Direttrice Eva Fabbris.
Aran lavora su linguaggi ibridi (scultura, video, suono, performance, narrazione) che mettono in crisi le categorie disciplinari tradizionali: una pratica perfettamente in sintonia con la vocazione del Madre a leggere il contemporaneo come spazio poroso, instabile, in continua ridefinizione. La sua opera affronta temi come la costruzione del senso, la memoria individuale e collettiva, il linguaggio verbale come sistema affettivo e politico — questioni oggi particolarmente urgenti in un contesto segnato da sovrapproduzione di immagini, storytelling e polarizzazione emotiva.
Al centro della pratica di Uri Aran, infatti, si colloca un’indagine costante sul linguaggio stesso e sui sistemi attraverso cui produciamo significato. Parole, oggetti, immagini e gesti vengono trattati come elementi equivalenti di un vocabolario aperto, in cui il senso non è mai dato una volta per tutte, ma emerge dal contesto, dall’uso e dalla relazione tra le parti. In questo slittamento continuo tra segno e materia, tra visivo e linguistico, il lavoro di Aran abita le zone di ambiguità, i vuoti e le fratture della comunicazione.
Molte delle sue opere prendono forma a partire da oggetti comuni e apparentemente banali - scrivanie, materiali d’ufficio, strumenti quotidiani, elementi trovati - che l’artista riorganizza secondo una logica che lui stesso ha definito di “formalismo burocratico”. Questi dispositivi rimandano a gesti ripetitivi - misurare, ordinare, spostare, classificare - evocando tanto l’idea di sistema e gerarchia quanto la dimensione emotiva e quasi patetica dell’attività quotidiana. Il tavolo, la scrivania, il piano di lavoro diventano così luoghi di incontro tra tempo, disciplina e immaginazione.
Il linguaggio, inteso non solo come strumento di comunicazione ma come spazio culturale e simbolico, attraversa l’intera opera di Aran. Attratto dalle proprietà formali delle lettere, dalla tipografia e dai meccanismi della ripetizione, l’artista lavora sulle possibilità e sui fallimenti del significato, mettendo in discussione il rapporto tra segno e referente. Attraverso citazioni, slittamenti semantici e ripetizioni, le parole perdono la loro trasparenza e si caricano di ambiguità, rivelando la fragilità dei processi comunicativi sia sul piano linguistico che su quello visivo.
Nella sua ricerca, la nozione di sentimentalismo riveste una posizione centrale, intesa come processo di amplificazione e codificazione di emozioni condivise. Animali, oggetti domestici, immagini legate all’infanzia, al premio e all’apprendimento diventano strumenti attraverso cui Aran esplora meccanismi emotivi predefiniti, mettendo in luce la nostra complicità con stereotipi affettivi e culturali. In questo senso, il suo lavoro si muove in un territorio in cui vulnerabilità, ironia e riflessione critica coesistono, spesso all’interno della stessa opera.
Attraversando scultura, installazione, disegno, pittura e video, Aran adotta un approccio fluido ai media, ignorandone i confini tradizionali. Nei lavori video, in particolare, l’artista utilizza consapevolmente gli strumenti del linguaggio cinematografico - voce fuori campo, montaggio, ripetizione - isolandoli e rendendoli espliciti, per rivelarne il potere manipolatorio e costruire narrazioni frammentate, aperte, instabili.
La mostra al Madre si configura come un ambiente unitario e immersivo, in cui le singole opere dialogano tra loro come parti di un unico sistema. Più che offrire significati univoci, il progetto invita il pubblico a sostare nell’incertezza, accettando la molteplicità delle interpretazioni e la possibilità che il senso rimanga parziale, provvisorio, in continuo divenire. In questo senso, la pratica di Aran suggerisce che il linguaggio, pur essendo uno strumento fondamentale di organizzazione e conoscenza, non è mai sufficiente a contenere la complessità dell’esperienza. Le sue opere si collocano proprio in questo scarto, dove le parole si rivelano inadeguate e il significato resta aperto, instabile, affidato a una pluralità di percezioni e relazioni.
Uri Aran (Gerusalemme, 1977) vive e lavora a New York. Dopo gli studi alla Cooper Union di New York, ha conseguito un MFA in Visual Arts alla Columbia University nel 2007.
Nel 2013 ha preso parte alla 55ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, curata da Massimiliano Gioni, e ha tenuto la mostra personale Here, Here and Here alla Kunsthalle Zürich, a cura di Beatrix Ruf. Nel 2014 ha partecipato alla Whitney Biennial, curata da Stuart Comer, Anthony Elms e Michelle Grabner, e alla Liverpool Biennial, a cura di Anthony Huberman e Mai Abu ElDahab. Nello stesso anno ha presentato Puddles, la sua prima mostra personale in Italia, da Peep-Hole a Milano, curata da Vincenzo De Bellis e Bruna Roccasalva. Successivamente il suo lavoro è stato presentato in importanti contesti espositivi internazionali, tra cui il Kölnischer Kunstverein con la mostra Mice (2016), il Walker Art Center di Minneapolis con Platforms: Commissions and Collection (2019) e The Douglas Hyde Gallery con la mostra Take This Dog For Example (2023). Uri Aran è professore nel programma di Belle Arti (MFA) presso la School of Visual Arts di New York e Visiting Critic alla Columbia University.
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