28 aprile 1937: nascono Cinecittà ed il Museum of Costume Art del MET, un ponte tra due mondi nel nome dell’Immagine
È il punto di svolta da cui, su due sponde opposte dell’Atlantico, sono nate le fondamenta della nostra cultura visiva moderna. Mentre l'Europa era stretta nella morsa dei totalitarismi e l'America cercava di lasciarsi alle spalle la Grande Depressione, Roma e New York inauguravano due realtà destinate a cambiare per sempre il cinema e la moda: Cinecittà e il Museum of Costume Art (il futuro cuore del MET).
Roma: La Cittadella del Cinema
Partiamo da ciò che accadeva nel Vecchio Continente. Inaugurata da Mussolini con l'idea che il cinema fosse "l'arma più forte", Cinecittà è nata sulla via Tuscolana in soli 15 mesi. Non era solo un insieme di set, ma una vera "fabbrica dei sogni" integrata e autosufficiente. Progettata dall'architetto Gino Peressutti, la struttura comprendeva 73 edifici e dai 16 ai 22 teatri di posa insonorizzati. Tra cui il leggendario Teatro 5 (il più grande d'Europa), che permettevano di ricostruire intere città o mondi fantastici al riparo dalle intemperie. Era una città nella città, con una centrale elettrica dedicata, viali alberati e centinaia di camerini e uffici.
Per la prima volta in Italia, un unico polo offriva il ciclo produttivo completo. Si entrava con un copione e si usciva con la pellicola pronta: Offriva infatti laboratori interni per lo sviluppo e la stampa delle pellicole, sale di montaggio, un reparto "Cinefonico" per la sincronizzazione sonora all'avanguardia e vaste attrezzerie. Gli studi erano dotati di centinaia di camerini, sale trucco, uffici e persino una centrale elettrica dedicata, tutto collegato da viali alberati progettati dall'architetto Peressutti. C'erano poi anche grandi vasche per le riprese acquatiche e sistemi di illuminazione all'avanguardia per l'epoca.
Cinecittà non era però solo industria; ospitava il Centro Sperimentale di Cinematografia e la sede dell'Istituto Luce, diventando il fulcro della formazione e della documentazione nazionale.
New York: L’Arte che si fa Abito
Nello stesso identico giorno, al Metropolitan Museum of Art di New York, nasceva il Museum of Costume Art (che nel 1946 si sarebbe fuso definitivamente con il MET come Costume Institute). Se Roma costruiva l'immagine in movimento, New York elevava l'abito a reperto storico e artistico. Fondato da Irene Lewisohn, offriva una visione della moda non come semplice vestiario, ma come strumento di studio e design.
Al momento dell'apertura, offriva una raccolta di circa 500 pezzi (cresciuti rapidamente a 8.000 in pochi anni), che includevano abiti storici, regionali e accessori provenienti da tutto il mondo.
A differenza dei musei tradizionali dove l'abito era visto come un reperto archeologico, qui veniva offerto come oggetto di design. Si potevano analizzare le tecniche di taglio, le cuciture e l'evoluzione della silhouette umana. Offriva un ponte diretto con la "Seventh Avenue" (il distretto della moda di NY). Era un luogo dove l'alta cultura del museo dialogava con la nascente industria del ready-to-wear americano.
Cinecittà è passata dai "telefoni bianchi" alla cruda realtà del Neorealismo, mentre il Costume Institute del MET ha iniziato a codificare la moda come una forma d'arte accademica.
E annotiamo solo pochi significativi dati. Nei suoi primi anni, Cinecittà ha prodotto circa 300 film, servendo inizialmente come strumento per commedie spensierate e storie patriottiche. Il primo lungometraggio girato fu L'Allegro Cantante, ma è con Il Signor Max (1937) di Mario Camerini a lanciare la stella di Vittorio De Sica, definendo il genere dei "telefoni bianchi".
Ma è con la nascita del Neorealismo che avviene la vera consacrazione. Dopo la rovina della guerra, Cinecittà divenne il simbolo della rinascita. Nel 1945, Roberto Rossellini girò Roma città aperta, capolavoro che ha restituito dignità internazionale all'Italia raccontando la Resistenza. Negli anni '50, gli studi hanno ospitato kolossal come Quo Vadis? (1951) e capolavori di Luchino Visconti come Bellissima (1951), dove la moda e il desiderio di riscatto sociale si intrecciano.
Mentre Cinecittà sfornava icone, il Costume Institute del MET offriva agli stilisti del dopoguerra un archivio storico senza precedenti. In questo periodo, l'artigianato italiano è esploso a livello globale, spesso proprio grazie al legame con il cinema. Celebri per aver vestito star come Ava Gardner e Elizabeth Taylor, le Sorelle Fontana sono state pioniere dell'Alta Moda italiana, rendendola un linguaggio globale.
C'è poi Emilio Schuberth, conosciuto come il "sarto delle dive", ha definito un'estetica nuova e sontuosa che ha accompagnato la rinascita di Cinecittà negli anni '50. Figure come Emilio Pucci, con le sue stampe rivoluzionarie, e Roberto Capucci, che trattava l'abito come una scultura, hanno beneficiato della nuova percezione della moda come "arte" promossa anche dalle istituzioni museali come il MET.
Negli USA, invece stiliste come Claire McCardell hanno attinto a concetti di design funzionale, trasformando la moda americana in uno stile pratico e democratico.
------------
Ricapitolando, quindi, se consideriamo il contesto storico, il contrasto è affascinante. L'Italia fascista usava la tecnologia di Cinecittà per costruire un'identità nazionale ed esportare un'immagine di potenza attraverso il cinema. Gli Stati Uniti, invece, creavano un laboratorio intellettuale e democratico per trasformare la moda in patrimonio culturale accessibile.
In quel 28 aprile, è pensabile che l'umanità abbia iniziato ad intuire che l'immagine, sia essa proiettata su uno schermo bianco o indossata su un manichino, sarebbe stata la bussola del nuovo secolo. Da una parte la "fabbrica" di Fellini, dall'altra l'archivio dell'eleganza: due istituzioni che, nate lo stesso giorno, ancora oggi indichino e indirizzo, in qualche modo, il gusto globale.
.png)


.png)
_Noris_e_De_Sica.png)
Commenti
Posta un commento