La vita di Marie Jacquot, la direttrice francese che il prossimo 25 maggio alle ore 20 calcherà per la prima volta il podio del Teatro alla Scala per la Stagione Filarmonica 2026, è una di quelle storie che sembrano spartiti scritti in un crescendo continuo, fatte di silenzi improvvisi e cambi di ritmo audaci.
C’è stato un tempo in cui il suo destino sembrava legato alla terra rossa di Parigi, tra le file juniores del Roland Garros. Ma a quattordici anni, Jacquot ha fatto una scelta controcorrente: ha deposto la racchetta per sfuggire a un individualismo agonistico che le stava stretto. Cercava un’altra forma di gioco, quella che in francese e in inglese si definisce con lo stesso verbo della musica: jouer, play. Dopo gli studi di trombone, si è trasferita a Vienna per "imparare a conoscersi", coltivando un rigore tecnico che ha poi convinto Kirill Petrenko a volerla come assistente. Oggi, a 35 anni, Marie Jacquot arriva a Milano portando con sé quella stessa freschezza di chi ha scelto la musica per il piacere della condivisione.
Accanto a lei ci sarà Antoine Tamestit, l'artista che ha restituito alla viola il ruolo di protagonista assoluta. Il musicista francese è capace di estrarre dal suo strumento una voce scura e profondamente umana, perfetta per le complessità del repertorio moderno.
Il suono che riempirà la sala del Piermarini non è un suono qualunque. Tamestit imbraccia infatti la viola Stradivari "Mahler" del 1672, la prima mai costruita dal celebre liutaio cremonese. È uno strumento leggendario, uno dei soli dieci esemplari esistenti al mondo, capace di una purezza timbrica che svetta sopra l'orchestra con una dolcezza quasi soprannaturale.
Il concerto si apre con l'Ouverture de Il franco cacciatore di Carl Maria von Weber, pietra miliare del romanticismo tedesco. Qui la bacchetta della Jacquot dovrà evocare il mistero della foresta boema: dai celebri richiami dei corni, che infondono un senso di pace arcadica, fino all'irrompere delle tenebre e di quegli accordi inquieti che descrivono il patto diabolico del protagonista.
Il culmine emotivo della serata sarà però il Concerto per viola e orchestra di William Walton. Composto nel 1929 per Paul Hindemith, questo brano è considerato il primo grande concerto moderno per questo strumento. Walton gioca con una nostalgia lirica squisitamente britannica, alternando momenti di grande malinconia a passaggi ritmici quasi jazzistici. Per Tamestit e Jacquot sarà l'occasione per dialogare in un fitto intreccio di contrappunti, dove la viola non si limita a cantare, ma sfida l'orchestra in un corpo a corpo fatto di tecnica ed emozione.
Il clima cambia radicalmente con la Suite dal Sogno di una notte di mezza estate di Felix Mendelssohn-Bartholdy. Non solo la celebre Marcia Nuziale, ma soprattutto l’Ouverture e lo Scherzo, dove i violini sono chiamati a un virtuosismo estremo per imitare il battito d'ali degli elfi. È una partitura fatta di luce e trasparenze, che richiede alla direttrice una precisione millimetrica per mantenere intatto quell’equilibrio "di porcellana" tipico dello stile mendelssohniano.
La serata promette così di non essere solo un concerto, ma il ritratto di una nuova generazione di interpreti che sta ridisegnando i confini della musica classica.


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