Marina Rebeka, Yusif Eyvazov, Marina Prudenskaya e Dominic Barberi con l'Aida di Calixto Bieito alla Staatsoper Unter den Linden. John Fiore dirige la prestigiosa Staatskapelle Berlin



di Milena Borsacchi)---Nella primavera 2026, uno dei titoli più amati del repertorio operistico torna a illuminare il palcoscenico della Staatsoper Unter den Linden: Aida di Giuseppe Verdi. Le recite, distribuite tra il 25 aprile e il 17 maggio, riportano in scena un capolavoro che continua a interrogare il pubblico moderno con la sua miscela di passione, politica e tragedia. Ma questa non è una “Aida” qualsiasi.


La produzione firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito è una ripresa di un allestimento recente, già apparso nei primi anni 2020 a Berlino. Tuttavia, il ritorno in cartellone conferma il peso di questa lettura nel repertorio della Staatsoper. Bieito è noto per le sue regie intense e spesso provocatorie: anche qui abbandona l’immaginario esotico tradizionale dell’Egitto faraonico per proporre una visione più astratta, politica e contemporanea, dove i conflitti interiori dei personaggi emergono con forza quasi brutale. ( La ripresa in questo allestimento è affidata a José Darío Innella). 

Sul podio torna il direttore americano John Fiore, alla guida della prestigiosa Staatskapelle Berlin.



Composta per l’inaugurazione del Teatro dell’Opera del Cairo nel 1871, Aida è una delle opere più celebri di Verdi. Ambientata nell’antico Egitto, racconta un triangolo amoroso segnato dalla guerra tra Aida, principessa etiope ridotta in schiavitù, Radamès, generale egiziano e Amneris, figlia del faraone e rivale in amore.

Radamès ama Aida, ma è promesso ad Amneris. Quando l’Egitto entra in guerra con l’Etiopia, Aida si trova divisa tra l’amore per il suo popolo e quello per l’uomo che guida l’esercito nemico. Il conflitto culmina in una delle finali più celebri della storia dell’opera, sospesa tra morte e trascendenza.


Aida a Berlino: una storia lunga oltre un secolo

La Staatsoper Berlin vanta una lunga tradizione verdiana, e Aida vi è stata rappresentata più volte nel corso del Novecento e del nuovo millennio. Il titolo è tornato regolarmente in repertorio, con produzioni diverse che riflettono l’evoluzione del gusto scenico: da allestimenti monumentali e tradizionali a letture più essenziali e concettuali, come quella attuale. Questa continuità testimonia la centralità dell’opera nel repertorio berlinese e internazionale.


Il cast: grandi voci, personalità diverse, un equilibrio drammatico


Uno degli elementi più interessanti di questa serie berlinese di Aida è senza dubbio il cast, costruito attorno a interpreti che affrontano questi ruoli non come debutti, ma come tappe mature di un percorso artistico già consolidato.
 Il risultato è un equilibrio tra esperienza vocale e consapevolezza drammatica.

Al centro della vicenda troviamo il soprano lettone Marina Rebeka, oggi una delle interpreti più richieste nel repertorio italiano. Il suo approccio ad Aida riflette l’evoluzione della sua carriera: dopo essersi affermata nel repertorio belcantistico, Rebeka ha progressivamente ampliato il proprio raggio verso ruoli più lirico-drammatici. Aida rappresenta in questo senso una sintesi ideale tra cantabilità pura (nelle arie più intime come “O patria mia”), tensione emotiva e resistenza vocale nei grandi concertati.
La sua interpretazione tende a privilegiare una Aida più umana che eroica, fragile ma lucida, lontana da letture puramente monumentali. Rebeka ha già affrontato il ruolo negli ultimi anni, consolidandolo come uno dei punti chiave del suo repertorio verdiano.



Accanto a lei, il tenore Yusif Eyvazov veste i panni di Radamès, ruolo impervio che richiede potenza, resistenza e squillo negli acuti, ma anche capacità di fraseggio. Eyvazov è oggi una presenza stabile nei grandi teatri internazionali in questo repertorio. Il suo Radamès si distingue per un’emissione robusta,  una proiezione sonora adatta alle grandi sale e un accento diretto.  Il celebre “Celeste Aida”, banco di prova per ogni tenore, nella sua interpretazione privilegia lo slancio e la linea ampia, più che il ripiegamento elegiaco.



Se Aida è il cuore emotivo dell’opera, Amneris ne è spesso il motore teatrale, e il mezzosoprano Marina Prudenskaya è particolarmente adatta a incarnarne le contraddizioni. Il ruolo richiede ampiezza nel registro grave,  autorità scenica e capacità di passare dalla gelosia alla disperazione.  
Prudenskaya costruisce una Amneris intensa e stratificata, evitando il rischio di una figura monolitica: la sua principessa è insieme potente e vulnerabile, soprattutto nella grande scena del giudizio del quarto atto, uno dei vertici drammatici dell’opera.


A completare il quadro dei protagonisti troviamo il basso Dominic Barberi nel ruolo del Re d’Egitto. Si tratta di una parte spesso considerata secondaria, ma in realtà fondamentale per l’equilibrio dell’opera: il Re rappresenta il potere politico ufficiale, distinto ma complementare a quello religioso incarnato da Ramfis. Barberi, artista attivo soprattutto nel repertorio lirico e sacro, porta al ruolo una vocalità solida e ben proiettata,  una chiarezza nella dizione e una presenza scenica misurata ma autorevole. Il suo intervento nei grandi quadri collettivi, in particolare nella scena del trionfo, contribuisce a definire la dimensione pubblica e celebrativa dell’opera, facendo da contrappeso ai drammi interiori dei protagonisti.

Il baritono Gabriele Viviani interpreta Amonasro, padre di Aida e re etiope, ruolo breve ma cruciale. Viviani è noto per la sua presenza scenica incisiva e per un fraseggio attento al testo. Il suo Amonasro mette in evidenza: la dimensione politica del personaggio, la tensione tra affetto paterno e strategia militare Nel duetto con Aida del terzo atto, uno dei momenti più intensi dell’opera, emerge tutta la complessità di un uomo che sacrifica i sentimenti alla ragion di stato.

Nel ruolo del gran sacerdote Ramfis troviamo il basso René Pape, una vera istituzione del teatro d’opera. La sua presenza conferisce al personaggio una dimensione quasi rituale: voce ampia e profondamente timbrata,  dizione scolpita e autorità naturale Ramfis diventa così non solo guida religiosa, ma incarnazione del potere immutabile che sovrasta i destini individuali.

Un appuntamento tra tradizione e modernità

Questa Aida berlinese si colloca in un equilibrio interessante. Da un lato, un’opera simbolo della tradizione; dall’altro, una regia contemporanea che ne rilegge i significati. Il risultato è uno spettacolo che non punta sull’effetto spettacolare all’antica,  ma su una riflessione più attuale: guerra, identità, potere e amore impossibile diventano temi universali, capaci di parlare direttamente al pubblico di oggi.

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