di Milena Borsacchi)---Se provassimo a chiedere, a quello che il linguaggio comune definisce il passante medio, di identificare il significato di "musica contemporanea colta", la risposta oscillerebbe probabilmente tra il silenzio imbarazzato e il timore di un'arte cerebrale, incomprensibile, arroccata in una torre d'avorio. Per pochi appassionati, probabilemte. E la cosa appare paradossale, stridente nel nostro tempo. E' ormai di moda frequentare mostre d'arte contemporanea, riempire le sale anche per il cinema d'autore più radicale, eppure la musica della nostra epoca continua a essere percepita come un oggetto misterioso.
Oggi, 25 maggio, inauguriamo su questo blog un viaggio alla scoperta dei protagonisti che hanno ridisegnato il panorama sonoro del secondo Novecento e del XXI secolo. E lo facciamo partendo da una ricorrenza speciale: la nascita di Aldo Clementi (Catania, 25 maggio 1925 – Roma, 2011), uno dei compositori più straordinari, rigorosi e affascinanti che l'Italia abbia donato alla cultura internazionale.
E parlare di Clementi non significa solo celebrare la storia; significa voler aprire una finestra sul senso profondo del fare musica oggi, nel nostro tempo.
Un artigiano del tempo tra Darmstadt e la Sicilia
Clementi attraversa il Novecento incrociando i destini dei più grandi. Cresce sotto l'influenza della Scuola di Vienna grazie ad Alfredo Sangiorgi (allievo di Schönberg), studia con Goffredo Petrassi, frequenta i leggendari corsi estivi di Darmstadt, l'epicentro dell'avanguardia europea. Frequentò i corsi estivi di Darmstadt tra il 1955 e il 1962, venendo a contatto con le principali tendenze europee. E' tra i fondatori di Nuova Consonanza, collettivo romano dedicato alla musica sperimentale. Stringe un sodalizio fondamentale con Bruno Maderna allo Studio di Fonologia della RAI di Milano. Eppure, mentre molti colleghi dell'avanguardia cercavano il gesto di rottura o l'esplosione del suono, Clementi sceglie una strada opposta, intima e radicale: la poetica del tempo sospeso.
"La mia musica è come un oggetto che si muove lentamente, che si consuma da solo." è lo stesso Aldo Clementi ad affernarlo con l'intenzione pacata di aiutare a comprendere il suo percorso.
La sua produzione è guidata da un rigore matematico e contrappuntistico quasi ossessivo. Clementi prende frammenti musicali, spesso presi in prestito al passato (come i corali di Bach), e li sovrappone in fittissimi canoni che girano su se stessi come ingranaggi di un orologio antico. Il risultato? Una densa fascia sonora in cui le singole note si fondono, rallentano e si rarefanno, dando all'ascoltatore la sensazione di osservare una clessidra che si svuota.
Oltre lo spartito: lo sguardo verso l'Arte Visiva
Ciò che rende Clementi una figura chiave per comprendere la comunicazione integrata della cultura contemporanea è il suo sguardo transdisciplinare. Non si può capire la sua musica senza guardare alla pittura del suo tempo.
Il compositore catanese supera i confini tradizionali del pentagramma dialogando strettamente con alcune correnti delle arti visive: l'Informale e la Cinetica e Op Art. Le sue opere degli anni Sessanta (non a caso intitolate Informel) rinunciano quindi ai contrasti tematici tradizionali. Proprio come le tele materiche di Alberto Burri o i reticoli di Piero Dorazio, la musica di Clementi diventa una superficie densa, una stratificazione di texture sonore in cui non c'è un inizio o una fine nel senso classico, ma un'esplorazione della materia stessa.
Più avanti, poi, la sua musica si trasforma in una sorta di inganno ottico per l'orecchio. Strutture geometriche in cui i suoni sembrano muoversi pur restando immobili, micro-variazioni che catturano la percezione dello spettatore, esattamente come i quadri di Victor Vasarely.
Lo stato della musica colta: una sfida culturale
L'eredità di Aldo Clementi ci costringe a porci una domanda inevitabile: qual è lo stato della musica contemporanea colta oggi?
Ad essere onesti, la musica di ricerca sembra vivere una crisi di posizionamento senza precedenti nel mercato culturale di massa. Da un lato, sconta il pregiudizio di essere un linguaggio per pochi eletti come abbiamo sottolineato all'inizio; dall'altro, soffre di una cronica mancanza di spazi nei palinsesti radiotelevisivi e nelle stagioni concertistiche principali, spesso assicurate al grande repertorio ottocentesco.
Eppure, la musica contemporanea non è mai stata così viva. Ha colonizzato il cinema (pensiamo alle colonne sonore di Jonny Greenwood o ai prestiti da Ligeti e Penderecki nei thriller psicologici), dialoga con l'elettronica pop e offre chiavi di lettura uniche per la complessità della nostra epoca. Il problema non è la qualità della proposta, ma la costruzione del racconto.
Clementi, e altri come lui, invitano a guardare ad un'avanguardia, oggi ci verrebbe da chiamarla innovazione, che non deve per forza creare fratture insanabili e che anzi può sedurre attraverso il labirinto di una costruzione perfetta, l'eleganza del sussurro e la forza di un'idea che unisce suono, visione e filosofia.
Nel coltivare la memoria di questi maestri, cìè la riscoperta di un futuro già immaginato E' iquesto nostro presente ma ha molto da suggerirci anche per il nostro domani.
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