Nathaniel Hawthorne: oltre la lettera scarlatta, la ricerca dell’armonia perduta



di Milena Borsacchi)---Nathaniel Hawthorne (1804–1864) è conosciuto come  uno dei più influenti scrittori statunitensi dell'Ottocento, pilastro del cosiddetto Rinascimento americano insieme a figure come Herman Melville e Edgar Allan Poe.  Di lui spesso è indagata e approfondita  la sua esplorazione dei lati oscuri della psiche umana, legata indissolubilmente al retaggio puritano del New England.

Nasce a Salem, nel Massachusetts. E questo segna in modo indelebile il suo essere al mondo. La  città è infatti tristemente nota per i processi alle streghe in cui fu coinvolto un suo antenato giudice. Hawthorne sembra infatti vivere tutta la vita con un profondo senso di colpa ereditario. Questo malessere finisce quindi con l'influenzare radicalmente la sua poetica, caratterizzata dal Romanticismo oscuro.

I temi centrali della sua produzione includono infatti l'ossessione per il peccato segreto e le sue conseguenze psicologiche;  una critica serrata alla rigidità morale e all'intransigenza della società puritana e l'alienazione dell'individuo che si discosta dalle norme sociali o morali. 

Tutto questo costituisce così il nucleo fondante attorno cui gravita la riflessione e l'addensarsi anche delle istanze più intime ed umane dello scrittore americano. I suoi romanzi più famosi ne sono la perfetta sintesi. Come  La lettera scarlatta (1850), il suo capolavoro assoluto, incentrato sull'adulterio di Hester Prynne e sul marchio d'infamia che è costretta a portare oppure La casa dei sette abbaini (1851), un romanzo che esplora la decadenza di una famiglia oppressa da una maledizione ancestrale. 

Ciò che noi però intendiamo leggere tra le righe della sua produzione letteraria e della sua biografia, è  il rapporto di Nathaniel Hawthorne con la musica, che  non è  quello di un musicista  o di un appassionato tecnico, ma piuttosto quello di un osservatore che vedeva nel suono e nell'armonia potenti strumenti simbolici e psicologici. Dalle biografie emerge che Hawthorne fosse estremamente timido e conducesse una vita piuttosto riservata, eppure la musica faceva parte della sua quotidianità domestica e dei suoi legami intellettuali.  Si racconta che sua moglie Sophia Peabody fosse un'artista e una donna colta; avesse introdotto nella loro casa di Concord, la dimensione artistica (inclusa quella sonora) ritenendola   fondamentale per il loro equilibrio familiare.

Nelle sue opere, la musica appare spesso per evocare emozioni profonde o per sottolineare il contrasto tra la realtà terrena e quella spirituale. In racconti come L'artista del bello (The Artist of the Beautiful), Hawthorne descrive il desiderio del protagonista di creare un meccanismo che trasformi le "dure dissonanze della vita" in "gocce dorate di armonia". La musica rappresenta qui l'ideale di perfezione estetica e spirituale a cui l'artista aspira.

Hawthorne utilizza spesso suoni musicali o echi lontani per costruire atmosfere inquietanti o malinconiche, collegando il presente a un passato che "torna a perseguitare" i personaggi.  Ad esempio, ne La casa dei sette abbaini, la musica di un clavicordo o di un organetto è spesso legata alla memoria e al trascorrere del tempo. Lo scrittore era affascinato dagli "echi" e dai suoni della natura, che considerava una forma di musica universale capace di parlare direttamente al cuore umano.

Non è un caso infatti che molti compositori e artisti contemporanei si sono ispirati alle sue opere. Ad esempio, il romanzo La lettera scarlatta è stato trasposto in diverse opere liriche (come quella di Walter Damrosch o Margaret Garwood) e ha influenzato canzoni di artisti pop e rock moderni che citano i suoi temi di colpa e ribellione.

Le numerose trasposizioni liriche de La lettera scarlatta non sono solo omaggi operistici, ma dimostrano quanto la struttura del romanzo sia intrinsecamente "musicale" nel suo esplorare le passioni umane. 
Si comprende scorrendo i suoi scritti che per Nathaniel Hawthorne la musica non sia  un semplice svago, ma la vera e propria lingua nativa del cuore umano, l'unico mezzo capace di colmare il vuoto tra l'isolamento dell'individuo e l'armonia universale.
Nella visione di Hawthorne, la parola scritta e parlata è spesso limitata, soggetta a ipocrisia o incomprensione. La musica, invece, agisce a un livello più profondo.
Hawthorne scriveva alla moglie Sophia che gli echi delle voci e dei suoni nel suo cuore erano ciò che lo salvava dal morire di un "silenzio marmoreo". La musica è l'antidoto all'alienazione che affligge personaggi come Dimmesdale.
Nelle sue opere, la dissonanza è spesso simbolo del peccato e della rottura sociale, mentre l'armonia musicale rappresenta lo stato di grazia e la riconciliazione con la natura e il divino.
Se la lettera scarlatta è un segno statico e imposto dalla società, la musica è un'energia dinamica che esprime eventi uditi, non oggetti visti. Essa permette ai sentimenti di Hester e Arthur di esistere in uno spazio (quello del suono) dove le rigide leggi puritane non possono arrivare.In sintesi, Hawthorne vedeva nella musica una forma di verità emotiva che trascende la storia e la cultura, una vibrazione che connette il passato al presente e l'individuo all'umanità. 

Il dramma di Hester Prynne, protagonista de La Lettera Scarlatta,  fatto di silenzi carichi di significato e contrasti morali violenti, ha infine trovato una naturale espansione nel linguaggio operistico. A Walter Damrosch (1896) risale la prima trasposizione significativa, con un libretto scritto dal genero di Hawthorne, George Parsons Lathrop. L'opera utilizza uno stile wagneriano per dare voce ai tormenti psicologici dei protagonisti, trasformando il simbolo della "A" in motivi musicali ricorrenti (leitmotiv).
Per arrivare a Lori Laitman (2016) con la sua  versione contemporanea che mette in luce la dimensione lirica del desiderio e del rimorso, dimostrando la persistenza del fascino di Hawthorne nel teatro musicale moderno. 

Oggi, rileggendo Hawthorne, capiamo che la sua non era solo letteratura ''oscura". Era una ricerca costante di armonia nel caos. Ogni volta che una trasposizione lirica riporta Hester in scena, non stiamo solo assistendo a un dramma antico: stiamo ascoltando quella "lingua nativa" che, superando i secoli, ci ricorda che il dolore e il desiderio  non hanno bisogno di traduttori.





Commenti