di Milena Borsacchi)--- Si racconta che nel 1836, pochi mesi prima di morire nel tragico duello che avrebbe sconvolto la Russia, Aleksandr Puškin si trovasse a una serata musicale. Mentre ascoltava le note di una melodia popolare russa, si voltò verso un amico e, con gli occhi lucidi, sussurrò: ''Se non avessi fatto il poeta, avrei voluto essere un suono''...
E noi, che amiamo la musica, immaginiamo che per lui non fosse una semplice frase a effetto. Per Puškin, infatti, la musica era la sostanza stessa della parola. Egli non scriveva versi per essere letti nel silenzio di una biblioteca; scriveva per le orecchie, per il ritmo, per il canto. Ed è proprio in questa simbiosi che risiede il segreto del suo impatto indelebile sulla musica colta. Probabilmente, senza Puškin, l’opera russa e forse anche gran parte della musica classica europea non sarebbe stata la stessa.
Il salotto e l'isba: la doppia anima di Aleksandr
Per meglio delineare il suo profilo umano ed artistico, ci sembra opportuno artire da quella che fu la sua formazione, che potremmo definire un affascinante paradosso, un incrocio perfetto tra la cultura raffinata dell'Europa e il cuore pulsante della Russia più autentica.
Mentre i genitori, Nadežda e Sergej, erano assorbiti dalla vita mondana di Mosca e parlavano quasi esclusivamente francese, la nonna Marija rappresentò per Aleksandr la connessione con le radici. Fu lei a insegnargli a leggere e scrivere in russo nella sua tenuta di Zacharovo, dove il giovane poeta trascorreva le estati immerso nella lingua dei contadini e nelle cronache di famiglia, tra cui i racconti sul leggendario bisnonno africano Abram Gannibal.
In questo percorso di crescita, vediamo stagliarsi un'altra importante figura quella della balia Arina Rodionovna: Definita da Puškin come la sua "unica amica", questa contadina analfabeta fu la sua vera musa popolare. Durante gli anni dell'esilio a Michajlovskoe, Arina gli raccontava fiabe e intonava canti popolari che il poeta trascriveva febbrilmente. È a lei che dobbiamo la struttura di capolavori come Ruslan e Ljudmila o Lo zar Saltan. La sua voce è diventata musica attraverso i versi di Puškin, fornendo ai compositori russi quel materiale ritmico e melodico che avrebbe dato vita al genere dell'opera fiabesca.Questa educazione fuori dagli schemi ha permesso a Puškin di scrivere versi che avevano già in sé la musicalità del parlato e la struttura della fiaba, rendendoli pronti per essere tradotti in spartito dai grandi maestri come Glinka o Musorgskij.
Infine, ma non meno determinante per il giovane Aleksandr, c'è lo zio Vasilij L'vovič Puškin. Fu molto più di un semplice parente: fu il primo vero mentore di Aleksandr e il ponte necessario tra il talento grezzo del ragazzo e l'élite culturale russa. mVasilij, che era un poeta galante, celebre nei salotti moscoviti per i suoi versi leggeri e ironici, seppe riconoscere per primo il genio del nipote, leggendone i versi infantili e incoraggiandolo a scrivere non in francese (lingua della nobiltà), ma in un russo moderno ed elegante.
Lo zio era infatti un membro di punta dell'Arzamas, una società letteraria goliardica e rivoluzionaria che lottava contro il linguaggio aulico e pesante del passato. Lo spirito dell'Arzamas, fatto di satira, ritmo incalzante e rifiuto delle regole rigide, passò direttamente nelle vene di Aleksandr.
Questa libertà stilistica è esattamente ciò che ha reso i testi di Puškin così adatti alla musica classica, che richiede fluidità e naturalezza.Il viaggio verso la gloria: Fu proprio lo zio Vasilij ad accompagnare fisicamente il dodicenne Aleksandr a San Pietroburgo per l'esame di ammissione al Liceo di Carskoe Selo, la scuola dell'élite imperiale. Senza la spinta e le conoscenze dello zio, Puškin non avrebbe mai avuto accesso a quell'ambiente che lo avrebbe consacrato come poeta nazionale. Vasilij insegnò ad Aleksandr che la poesia poteva essere divertente, teatrale e persino irriverente. Questo aspetto scenico del suo insegnamento si riflette nelle opere buffe e nei personaggi brillanti che costellano la produzione puškiniana, offrendo ai compositori materiale perfetto per i ritmi incalzanti dell'opera lirica.
Si potrebbe dire che se la balia Arina diede a Puškin l'anima russa, lo zio Vasilij gli fornì il passaporto letterario e gli strumenti tecnici per trasformare quell'anima in un'arte universale.
Una vita a ritmo di musica
Con questo bagaglio culturale, emotivo ed artistico, non ci soprendere quindi che Puškin sia stato il primo a liberare la lingua russa dalle catene del francese aristocratico, iniettandovi la vitalità dei racconti della sua balia, Arina Rodionovna. Quelle fiabe, sussurrate accanto alla stufa durante le lunghe notti d’inverno, erano già musica: avevano il ritmo delle ballate popolari e la profondità dei miti antichi.
Se ci riflettiamo, la sua stessa vita sembra lo spartito di un’opera lirica: passioni brucianti, esili forzati in terre selvagge, una ricerca febbrile di libertà e quella tragica, inevitabile fine sotto la neve di San Pietroburgo. Questa drammaturgia vissuta è ciò che ha reso i suoi testi perfetti per il palcoscenico.
Se Michail Glinka è considerato il padre della musica russa, è perché aveva tra le mani la poesia di Puškin. Con Ruslan e Ljudmila, Glinka diede voce a quel mondo fantastico e leggendario che il poeta aveva creato. Ma fu solo l'inizio di una valanga creativa.
I compositori non si limitavano a usare i suoi testi; ne metabolizzavano l'anima. Ad esempio, Čajkovskij trovò in Eugenio Onegin non solo una storia d'amore, ma una "scena lirica" in cui ogni emozione era una nota. Senza la sensibilità psicologica di Puškin, non avremmo l’introspezione moderna nel melodramma.
Musorgskij, invece, con il suo Boris Godunov, trasformò la tragedia storica di Puškin in un affresco corale dove il vero protagonista è il popolo, anticipando il realismo musicale del Novecento.
Mentre Rimskij-Korsakov attinse alle sue fiabe (Il gallo d'oro, Lo zar Saltan) per creare mondi sonori iridescenti e orchestrali che avrebbero influenzato persino Stravinskij.
C'è ancora molto da approfondire sul perché Puškin sia stato così vitale per la musica classica. La sua arte possiede come dote una sorta di plasticità. I suoi versi sono elastici: si adattano alla drammaticità di una sinfonia, alla delicatezza di una romanza da camera o alla grandiosità di un coro operistico.
L’eredità che ci ha lasciato è un catalogo di quasi 100 opere liriche basate sui suoi scritti. Ma il lascito più profondo non è numerico, è spirituale. Puškin ha insegnato ai musicisti che la musica russa poteva essere universale proprio partendo dalle proprie radici, dal proprio folklore e dalla propria lingua.
Oggi, ogni volta che un tenore intona l'aria di Lenskij o che le campane di Boris risuonano in teatro, non stiamo solo ascoltando musica. Stiamo ascoltando quel suono che Puškin avrebbe voluto essere. Un suono che, a quasi due secoli di distanza, non accenna a spegnersi.
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