L'investigatore del frammento: l’eredità rivoluzionaria dello storico Carlo Ginzburg tra Arte e Musica





di Milena Borsacchi)---Nella vita di ogni essere umano spesso intervengono cambiamenti di direzione, inversioni di traiettoria che deviano dal percorso prestabilito, intervenendo per sempre sul modo in cui guardiamo il mondo. Per Carlo Ginzburg, scomparso ieri all'età di 87 anni, quel momento potrebbe essere arrivato a vent’anni nella biblioteca della Scuola Normale di Pisa. Lì dove sarebbero state gettate le basi del suo pensare alla storia, in quel modo particolare  di  ascoltare chi non aveva mai avuto voce.

Figlio dell'intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, Carlo ha respirato la grande storia e il peso della memoria fin dall'infanzia. Ma la sua vera rivoluzione accademica, perfezionata tra Pisa e il prestigioso Warburg Institute di Londra, ha preso il nome di microstoria. Smontando i canoni della storiografia tradizionale fatta di grandi leader e battaglie macroscopiche, Ginzburg ha dimostrato che un mugnaio del Cinquecento, Menocchio, poteva rivelare le complesse trame della cultura di un'intera epoca. Capolavori come Il formaggio e i vermi o I benandanti hanno ridefinito la professione dello storico, trasformandolo in una sorta di detective d'archivio.
Nel ripercorrerne  le orme, brevemente ma con il desiderio di abbracciarne con lo sguardo la complessità per tentare di comporre la grandezza del pensatore,  oggi noi guardiamo di quelL’eredità intellettuale di Ginzburg,  la lezione più dirompente. Egli fu lo studioso che non rimase costretto negli  argini della pura ricerca storica ma ne allagò, con straordinaria fertilità, i territori toccando ambiti diversi  con lo stesso doveroso entusiasmo come quelli della storia dell'arte e della storia della musica.
Nella storia dell'arte, il suo testo Indagini su Piero rimane un saggio metodologico insuperato. Applicando quello che lui stesso ha teorizzato come "paradigma indiziario", un metodo interpretativo ispirato ai dettagli marginali dei quadri di Giovanni Morelli, ai sintomi di Freud e alle deduzioni di Sherlock Holmes, Ginzburg ha insegnato a guardare i dipinti non solo per la loro bellezza monumentale, ma come enigmi politici e sociali. Una piega di un mantello, un dettaglio apparentemente trascurabile sullo sfondo di un quadro di Piero della Francesca, diventavano per lui spie di relazioni di potere, committenze occulte ed eresie sommerse.
Ma è forse nella storia della musica che il suo approccio ha generato lo scarto più imprevedibile e profondo. Il legame tra lo storico Carlo Ginzburg e la  musica infatiti non si basa si studi musicologici  non si basa su studi musicologici specialistici scritti direttamente da lui, ma sull'enorme influenza metodologica che i suoi concetti hanno esercitato sulla storiografia musicale contemporanea 
La musicologia e l'etnomusicologia moderne hanno infatti assimilato gli strumenti della sua "microstoria" e della storia culturale per rivoluzionare il modo di studiare il passato sonoro. 

Nel suo celebre saggio Miti, emblemi, spie, Ginzburg teorizza il paradigma indiziario. Si tratta di un metodo di ricerca basato su scarti, dettagli marginali e tracce infinitesimali per ricostruire una realtà più complessa.
Questo approccio è diventato fondamentale per i musicologi che si occupano di attribuzione di manoscritti anonimi, di ricostruzione di prassi esecutive storiche non scritte e di analisi di piccoli dettagli grafici o varianti nei testi musicali d'archivio.

Abbiamo detto che la microstoria di Ginzburg riduce la scala di osservazione per dare voce alle culture popolari e subalterne. Tradizionalmente, la storia della musica si è concentrata sui grandi compositori (Bach, Mozart, Beethoven). L'approccio microstorico ha quindi spinto i ricercatori a indagare le vite di musicisti marginali, copisti, dilettanti o comunità locali. Questo metodo ha aperto un dialogo strettissimo con le discipline demo-etno-antropologiche e musicali. Ha permesso di ridefinire il concetto di "cultura popolare orale" in contrapposizione o in osmosi con la cultura musicale d'élite. 
Ginzburg ha poi spesso riflettuto sul concetto di straniamento (ispirato a Viktor Šklovskij e Marco Aurelio), inteso come la capacità di guardare l'ovvio con occhi estranei per coglierne la vera natura storica.  I moderni storici della musica utilizzano questa distanza critica per de-naturalizzare l'ascolto contemporaneo. Aiuta a comprendere che il modo in cui oggi percepiamo un suono o un'opera del passato è radicalmente diverso da come veniva vissuto dai suoi contemporanei. 
Per alimentare il suo continuo bisogno di ampliare ed avviare confronti che alimentassero le sue istanze di conoscenza,  Ginzburg ha preso parte attiva a importanti dibattiti interdisciplinari, come quelli organizzati dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, confrontandosi direttamente con etnomusicologi (tra cui Pedro Memelsdorff) sul problema della trasmissione della memoria musicale e sulla diacronia delle tradizioni orali.
Pensiamo che le sue ricerche sui miti e sui culti estatici (in particolare il saggio Storia notturna) hanno influenzato anche la musica d'autore contemporanea. Un esempio notevole è il cantautore italiano Vinicio Capossela, che ha esplicitamente attinto ai testi di Ginzburg per la creazione del suo album Le canzoni della cupa e lo ha ospitato al suo festival (Sponz Fest). 
Emerge quindi da questo rapido excursus  che la musicologia moderna e l'etnomusicologia abbiano letteralmente fatto proprio il suo paradigma indiziario. Per secoli la storia della musica è stata la narrazione titanica dei grandi geni, ma la lezione di Ginzburg ha spinto i ricercatori a decentrare lo sguardo: a cercare la musica nelle lacune degli archivi, a ricostruire le prassi esecutive non scritte attraverso le minute dei processi d’inquisizione, e a valorizzare la produzione quelle considerate di un livello secondario. Lo storico della musica, oggi, lavora spesso come il detective di Ginzburg, cercando la verità del suono del passato nelle tracce infinitesimali e negli scarti.
La cultura perde dunque un maestro che ha insegnato il rigore della prova e la necessità dello "straniamento": guardare l'ovvio con occhi estranei per coglierne la vera natura. Carlo Ginzburg ci lascia un metodo che è anche una postura morale: l'idea che nessun dettaglio sia mai troppo piccolo per meritare di essere salvato dall'oblio.

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