di Milena Borsacchi)---La scomparsa di Peppino di Capri, spentosi nella sua amata isola dopo una lunga malattia, lascia un vuoto incolmabile, ma accende anche un riflettore sulla straordinaria complessità della sua eredità musicale. Cosa unisce lo studio rigoroso del pianoforte, le sale da concerto della Napoli aristocratica e le calde notti estive della Versilia degli anni ’60? A prima vista, sembrerebbero mondi separati da un baratro culturale insormontabile. Eppure, esiste un punto di convergenza perfetto, un nome che ha saputo traghettare la solennità della musica antica e colta verso le spiagge della cultura di massa: Giuseppe Faiella.
Spesso catalogato in modo riduttivo come il re del twist italiano o l'interprete romantico di Champagne, Peppino custodisce in realtà il DNA di un musicista colto. La sua intera parabola artistica è una masterclass su come l'amore per la tradizione classica possa trasformarsi nel carburante perfetto per l'innovazione pop.
Per comprendere il tocco pianistico di Peppino di Capri, non si può prescindere dalla sua infanzia. Prima di diventare l'idolo dei nightclub, Giuseppe è un bambino prodigio che a soli quattro anni suona a orecchio per i generali americani stanziati a Capri. Ma il talento grezzo richiede disciplina.
La svolta avviene grazie a una severa insegnante di pianoforte tedesca, trasferitasi a Napoli. È sotto la sua guida che il giovane Faiella si immerge per cinque anni nello studio matto e disperatissimo dei giganti del passato: Bach, Mozart, Beethoven. Questa rigida impostazione mitteleuropea non ne spegne l'estro, ma gli fornisce una tecnica impeccabile. Quando Peppino siede al pianoforte, il suo tocco è pulito, l'articolazione delle dita è quella di un concertista classico. Quella tastiera non è un semplice accompagnamento, ma una seconda voce colta che dialoga costantemente con il canto.
Tra la fine degli anni ’50 e l'inizio degli anni ’60, l'Italia vive il boom economico e i giovani cercano una rottura con il passato. Molti artisti scelgono di dimenticare la tradizione. Peppino di Capri fa l'esatto contrario: prende la musica antica e la melodia classica napoletana del Settecento e dell'Ottocento e compie un'audace operazione di restauro filologico in chiave moderna.
Brani millenari o ottocenteschi come Voce 'e notte, I' te vurria vasà o Luna Caprese vengono spogliati della retorica lirica e rivestiti di arrangiamenti jazz, rock 'n' roll e twist. I puristi dell'epoca gridano allo scandalo, ma l'operazione di Peppino è colta nel profondo. Fondamentale per lui è il rispetto della struttura, che si sostanzia nel non stravolgimento mai delle progressioni armoniche originali, figlie della grande scuola compositiva partenopea. Il suo chiaro obiettivo è il rendere accessibili capolavori secolari a una generazione che altrimenti li avrebbe ignorati. I suoi arrangiamenti non sono semplici "cover" ritmate, ma operazioni di riscrittura colta, dove il background classico permette di far coesistere il contrabbasso jazzato con l'eleganza di una melodia che ha radici nei secoli passati.
La testimonianza più pura del suo amore per la musica colta risiede però nella struttura dei suoi inediti. Ascoltando con orecchio critico brani come Roberta o la celeberrima Champagne, ci si accorge che non si tratta di semplici "canzonette".
Le introduzioni pianistiche di Peppino di Capri sono spesso dei piccoli preludi. Le progressioni di accordi utilizzate, i passaggi dal minore al maggiore, l'uso dei rivolti e delle tensioni armoniche tradiscono costantemente la sua familiarità con i compositori del Romanticismo europeo. Peppino ha preso la complessità della musica colta e l'ha sintetizzata, rendendola immediata, orecchiabile, universale. Ha dimostrato che la distinzione tra musica "alta" e musica "bassa" è solo un pregiudizio accademico.
Peppino di Capri ha fatto per la musica ciò che i grandi storici dell'arte hanno fatto per i musei: ha tolto la polvere dalle teche e ha portato la bellezza in mezzo alla gente. Proprio come è stato ricordato nei recenti funerali nella ex cattedrale di Santo Stefano, la sua vita artistica resta la testimonianza vivente di come la musica antica non sia un fossile da venerare sotto una campana di vetro, ma materia viva, capace di rigenerarsi e di parlare al cuore di milioni di persone attraverso il linguaggio universale del pop.



.png)
Commenti
Posta un commento