Addio a Bruno Campanella, maestro dell'anima e del Belcanto




di Milena Borsacchi)---Ieri, 4 agosto 2026, la musica ha perso uno dei suoi interpreti più nobili ed eleganti: Bruno Campanella. Con la sua scomparsa se ne va un custode rigoroso e appassionato della bellezza, un uomo che ha saputo restituire al repertorio del Belcanto la dignità drammaturgica, il brivido teatrale e la vertiginosa poesia che troppo spesso la sola routine accademica rischiava di appannare.

Nato a Bari nel 1943, Campanella ha intrapreso un percorso artistico che lo ha portato a calcare i palcoscenici più prestigiosi del mondo, dalla Scala di Milano al Covent Garden di Londra, dal Metropolitan Opera di New York all'Opéra di Parigi. Definirlo semplicemente un direttore d'opera esprime una parte della sua anima artistica, Campanella è stato infatti un architetto del suono e un filologo del sentimento.

Negli anni in cui il podio operistico era spesso dominato da letture muscolari o rigidamente monumentali, la cifra stilistica di Bruno Campanella si è imposta per la sua raffinata trasparenza. Per lui, Rossini, Donizetti e Bellini non erano mai semplici macchine per virtuosismi vocali o esercizi di stile fine a sé stesso, ma universi complessi in cui la leggerezza formale celava abissi di umanità.

Campanella possedeva il raro dono di creare un rapporto di simbiotica armonia tra l'orchestra insieme ai cantanti. Sotto la sua bacchetta, i fiati cantavano come voci umane e gli archi tessevano un tappeto sonoro flessibile, mai invasivo. Era convinto che il Belcanto richiedesse un rigore estremo: ogni fioritura, ogni agilità non era un vezzo ornamentale, ma una necessità drammatica. Attraverso un lavoro meticoloso sui manoscritti e una cura maniacale per i dettagli dinamici e agogici, ha sdoganato titoli ingiustamente dimenticati e ha offerto riletture memorabili di capolavori immortali come L'elisir d'amore, La figlia del reggimento o le grandi opere buffe e serie rossiniane.

Dietro la concentrazione quasi ascetica che esibiva sul podio, Bruno Campanella celava un tratto umano fatto di straordinaria generosità, cultura sconfinata e un’ironia sottile, tipica degli intellettuali che non prendono mai sé stessi troppo sul serio, ma prendono maledettamente sul serio il proprio lavoro.

Chi ha avuto il privilegio di lavorare con lui nelle prove ricorda un artista incapace della posa o del divismo. Campanella non alzava mai la voce; la sua autorità sul palcoscenico derivava interamente dalla chiarezza delle sue idee musicali e dal rispetto profondo che nutriva per ogni orchestrale, corista o solista. Considerava il teatro lirico come un'opera collettiva, un organismo vivente che richiedeva ascolto reciproco e dedizione totale.

Amava la lettura, la filosofia e l'arte in tutte le loro forme, e riversava questa ricchezza interiore nel suo modo di fare musica. Per i giovani cantanti è stato un mentore prezioso: sapeva guidarli, proteggerli dalla pressione dei teatri internazionali e insegnare loro che la tecnica vocale è nulla senza la comprensione profonda della parola poetica.

Con la morte di Bruno Campanella si chiude un capitolo fondamentale della direzione d'orchestra italiana del secondo Novecento e del nuovo millennio. Ci restano le sue registrazioni, le testimonianze di chi ha condiviso con lui la magia di una recita memorabile e la certezza che il suo insegnamento continuerà a vivere ogni volta che un'orchestra, guidata dalla sua lezione di rigore e grazia, saprà far vibrare il silenzio prima della nota.


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