Le piattaforme digitali, i Social e il fantasma di Theodor Adorno: che tipo di ascoltatori di musica siamo diventati nell'era dell'algoritmo?
di Milena Borsacchi)--- Facciamo un piccolo esperimento... Predisponiamoci mentalmente oppure proviamo a farlo con il nostro dispositivo digitale: un pc, tablet oppure uno smartphone... Stiamo aprendo la nostra applicazione di streaming musicale preferita. Cosa vediamo in copertina? Probabilmente una sfilza di brani di genere vario e playlist dai titoli evocativi come “Musica per concentrarsi”, “Caffè del mattino”, “Malinconia autunnale”. La musica, oggi più che mai, sembra essere diventata la colonna sonora e lo sfondo emotivo delle nostre attività quotidiane.
Nulla di strano, direte voi. Eppure, se potessimo fare una seduta spiritica e invitare a parlarne, magari oggi nel giorno del suo compleanno, Theodor Adorno, il severissimo filosofo della Scuola di Francoforte, credo si metterebbe le mani nei capelli.
Adorno, che a metà del Novecento scriveva saggi complessi su come la società capitalista stesse trasformando l'arte in merce, aveva elaborato una famosa classifica dei "tipi di ascoltatore". E se guardiamo a come i social media e gli algoritmi hanno stravolto il nostro rapporto con le sette note, specialmente con la musica colta, le sue intuizioni sembrano scritte stamattina.
Per verificare il reale impatto dell'innovazione sul nostro modo di fruire la musica (in genere ... e la colta, particolare), allora possiamo tentare un viaggio tra la filosofia del Novecento e i trend dei social per capire che fine ha fatto il nostro modo di ascoltare.
Dal vinile al "Background automatico"
Cominciamo con il dire che per Adorno esisteva un ascoltatore ideale: l'esperto. Era colui che, spartito alla mano (o quasi), riusciva a seguire la logica tecnica e la struttura di una sinfonia di Beethoven o di un pezzo atonale di Schönberg. Un ascolto attivo, che richiedeva sforzo, attenzione e tempo.
All'estremo opposto c'era l'utilizzatore dell'industria culturale: il consumatore passivo che accendeva la radio per distrarsi dopo il lavoro, cercando melodie facili e ripetitive per non pensare. Adorno definiva questo fenomeno "ascolto regressivo".
Se saltiamo in avanti fino a oggi, dobbiamo chiederci: cosa ha fatto lo streaming a questa classifica? Ha democratizzato la musica, certo, ma ha anche istituzionalizzato l'ascoltatore passivo. Quando ascoltiamo una playlist "Lo-Fi Beats" o "Classical Focus" mentre lavoriamo o studiamo, stiamo riducendo la musica a un elemento d'arredo sonoro. La musica colta stessa viene spesso ridotta a un tranquillante, privata della sua complessità e della sua capacità di scuoterci.
Il "Consumatore di Cultura" nell'era di Instagram
Vi ricordate il terzo tipo di ascoltatore di Adorno? Il consumatore di cultura. Era quello che andava alla Scala di Milano o al teatro dell'opera non perché capisse la struttura del dramma wagneriano, ma perché bisognava farsi vedere lì. Era una questione di prestigio sociale, un feticcio.
Oggi questo comportamento ha trovato il suo habitat naturale sui social network. Pensiamo al fenomeno dei video estetici su TikTok o Instagram, dove la musica classica (spesso il solito Chiaro di Luna di Debussy o la Gymnopédie N.1 di Satie) fa da sottofondo a immagini di libri antichi, tazze di tè e stanze illuminate dalla luce del tramonto. È la "Dark Academia". Per comprendere il fenomeno, si intende una sorta di sottocultura e un'estetica visiva e letteraria che celebra l'amore per la cultura classica, la letteratura, l'arte e la passione per lo studio, inserite però in un'atmosfera cupa, misteriosa e malinconica. E' estremamente diffusa a livello globale. Il trend ha registrato un'impennata di popolarità senza precedenti a partire dal 2020, guidato dalla Generazione Z durante la pandemia da COVID-19. La chiusura delle scuole ha spinto milioni di studenti a "romanticizzare" lo studio e i contesti collegiali attraverso i social network.
La musica colta smette quindi di essere un'esperienza d'ascolto e diventa un accessorio di stile. Si ascolta (e si mostra) per comunicare agli altri una certa idea di sé: colti, raffinati, profondi. Adorno lo definirebbe il trionfo definitivo del valore feticistico dell'arte.
La trappola del "Risentimento" 2.0
C'è poi una figura affascinante nella lista del filosofo: l'ascoltatore risentito. È il purista. Quello che odia la musica commerciale e si rifugia nel passato, ascoltando solo musica barocca o jazz tradizionale, convinto che "una volta si faceva la vera musica".
Oggi il web ha amplificato questa categoria, creando vere e proprie bolle e fazioni agguerrite nelle sezioni commenti di YouTube o nei forum dedicati. I "gatekeeper" della musica, pronti a criticare chiunque non conosca l'esecuzione filologica di un concerto di Bach su strumenti d'epoca, incarnano perfettamente questo profilo. Il rischio, diceva Adorno, è che questo rifiuto del presente diventi un dogma rigido, una chiusura mentale che impedisce di cogliere le novità e le vere spinte critiche della musica contemporanea.
I social possono salvare la musica colta?
Fin qui, sembrerebbe una catastrofe totale. Ma c'è un elemento che Adorno non poteva prevedere: l'incredibile capacità dei social di accorciare le distanze in modo creativo.
Se è vero che TikTok frammenta la musica in clip di 15 secondi, è altrettanto vero che ha creato una nuova forma di divulgazione. Oggi giovani musicisti classici, direttori d'orchestra e compositori usano i video brevi per smontare i brani, spiegare i segreti della composizione e mostrare il lato umano e accessibile della musica colta.
Un trend virale può spingere milioni di ragazzi che non hanno mai messo piede in un auditorium a cercare una sinfonia intera su Spotify. Questo pubblico digitale non è necessariamente l'ascoltatore passivo temuto dal filosofo; può essere il punto di partenza per una nuova generazione di buoni ascoltatori, quelli che capiscono il senso e la bellezza della musica in modo intuitivo e appassionato.
La sfida dell'ascolto intenzionale
In definitiva, Adorno ci lascia un monito che è più attuale che mai nell'era degli algoritmi di raccomandazione: il pericolo più grande è la perdita dell'intenzionalità. Quando lasciamo che sia un algoritmo a scegliere cosa dobbiamo ascoltare in base al nostro umore, stiamo rinunciando alla nostra libertà di scoperta e di critica.
Dovremmo imporci ogni volta (basterebbe anche ogni tanto) che premiamo play a compiere un piccolo atto di ribellione adorniana. In pratica, scegliere un brano complesso, magari una composizione che non abbiamo mai sentito, spegnere lo schermo dello smartphone e dedicare dieci minuti di attenzione assoluta. Niente notifiche, niente storie, solo noi e il suono. Potremmo scoprire che la musica, quando la si ascolta davvero, ha ancora il potere (forse non di cambiare il nostro modo di vedere il mondo) certamente di aprire nuove prospettive per interpretare lo spazio ed il tempo in cui siamo immersi senza alcuna consapevolezza.






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